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Remmy, il dispositivo che non fa dimenticare i bambini in auto: intervista all’inventore Michele Servalli

Remmy, che cos’è il dispositivo che non fa dimenticare i bambini in auto

Capita troppo spesso di sentire notizie di bambini dimenticati in auto. Ci chiediamo quale sia il motivo, cosa succeda nella mente di un genitore ma non riusciamo mai a darci una risposta. “A me non succederà mai” ci ripetiamo in silenzio, senza sapere che in realtà può accedere a tutti, anche ai genitori più amorevoli. Sono circa 600 dal 1998 ad oggi i bambini morti per essere stati dimenticati in auto. Negli Stati Uniti ogni anno si registrano circa 40 casi. La temperatura in auto con i finestrini chiusi arriva a gradi incredibili: anche 50, nonostante fuori ce ne siano 20. Nei bambini la temperatura sale molto più velocemente: la morte può arrivare entro 2 ore. Ma perché i genitori dimenticano i propri bambini in auto? Ce lo spiega Michele Servalli, ideatore di Remmy, un dispositivo in grado di avvisare i genitori di aver dimenticato il proprio piccolo in auto.

Remmy: intervista all’inventore Michele Servalli

Che cosa porta un genitore a lasciare inconsapevolmente il proprio bambino in macchina?

Ci capita quotidianamente quello che è il cosiddetto falso ricordo: si è convinti di aver fatto una cosa e invece non la si è fatta. Sarà capitato a tutti di cercare le chiavi di casa al solito posto e dopo mezz’ora trovarle da un’altra parte. Oppure cose più banali, come: ho messo lo zucchero nel caffè? Ho chiuso la macchina?

È quella che ci permette di fare tante cose contemporaneamente. È stato dimostrato che tutte le persone, uomini e donne, possono fare in maniera consapevole una sola cosa: le altre le fanno in automatico. Questa parte del cervello non dà valore alle cose che gestisce, per cui se si sta occupando di un cellulare, di un bicchiere, di un animale o di una persona, non fa alcuna differenza.

Non è una questione morale o etica. Poi c’è un’altra parte del cervello che invece deve presidiare sull’attività di questa parte che lavora in maniera inconsapevole per verificare che faccia le cose bene.

Quindi succede che se per esempio c’è un bivio, da una parte si va per portare il bambino all’asilo, da una parte si va a lavoro, succede un qualche cosa, che può essere un semaforo, un cartellone, una telefonata, per cui si crea il falso ricordo e nella parte del cervello che lavora in maniera automatica nasce l’idea che ho già fatto la cosa e l’altra parte non era attenta e non si accorge che invece questa cosa non è stata fatta. Se non hai poi necessità di guardare nel sedile dietro, magari il bambino si è addormentato, sei convinto di averlo già portato, esci dall’auto e vai in ufficio e non ci pensi più.

Al bambino ovviamente pensi tutto il giorno, ne parli come fanno tutti i genitori dei loro piccoli, ma se sei convinto di averlo portato all’asilo, secondo la tua mente lo hai fatto.

Ci sono tantissimi casi di un genitore che la sera ha preso la macchina, è andato all’asilo per recuperare il bambino perché era certo di averlo portato e arrivato là si sente dire: “No, stamattina non ha portato suo figlio”, e da lì il dramma. È sbagliato parlare di dimenticanza: vengono lasciati perché i genitori sono convinti di averli lasciati all’asilo. L’ultimo caso c’è stato a Grosseto dove la mamma all’una di pomeriggio è andata in macchina per andare a prendere la bimba all’asilo ma non si è accorta che c’era la piccola dietro. Ha sentito un sospiro, perché la bimba è morta dopo un giorno, non è morta subito, le si è ghiacciato il sangue, si è girata e si è accorta che c’era.

Lo stress e l’automaticità delle azioni che compiamo ogni giorno possono influire in questo blackout della mente?

Carenza di sonno, preoccupazioni, possono sicuramente aumentare la probabilità che avvenga un caso di questo tipo, ma non ne sono la causa. Non è lo stress che porta a questo. Tantoché queste cose possono avvenire in tutti i casi, anche in vacanza. Io ho sempre in mente la faccia di due persone, due genitori che incontrai ad una fiera a Milano e mi raccontarono il loro caso. Loro erano in vacanza, stavano andando in spiaggia, hanno parcheggiato la macchina, sono arrivati alla sabbia e una volta che hanno messo il piede sulla sabbia si sono guardati e si sono resi conto che il bimbo era rimasto in macchina. Stress e preoccupazioni possono aumentare la probabilità ma non ne sono la causa.

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Come affronta un genitore il senso di colpa per aver in qualche modo tolto la vita al proprio figlio, anche inconsapevolmente?

I genitori possono solo sopravvivere ad un caso di questo tipo perché il dolore è talmente grande. Ci sono principalmente due casi di reazione: c’è chi si chiude nel proprio dolore e c’è chi invece cerca di fare delle attività che possano far sì che non succeda più.

Questo è il caso per esempio di Andrea Albanese, un papà a cui è successo a Piacenza nel 2013. Lui subito dopo che è successo ha aperto un gruppo Facebook per sensibilizzare lanciando una campagna di petizioni online rivolta alle istituzioni italiane ed europee per chiedere che su tutti i seggiolini fossero inseriti dei sistemi che potessero appunto prevenire un caso così. Grazie alla richiesta di Andrea Albanese ci sono sei proposte di legge alla Camera e al Senato che chiedono proprio questo. Esiste un nome per quando perdi un coniuge, per quando perdi un genitore, sei vedovo, sei orfano… Ma se perdi un figlio non c’è un nome, è una cosa contro natura.

Negli ultimi anni si sta cercando con la tecnologia di impedire queste tragedie. Uno dei dispositivi più utili è Remmy, che lei ha pensato e realizzato. Da dove ha preso l’idea e perché proprio questo dispositivo?

In realtà ci sono decine e decine di prototipi presentati anche da aziende importanti. Ci sono tantissime idee, tantissimi prototipi, nessuno però che ha fatto il passo come abbiamo fatto noi. Una volta trovata una soluzione, quando ho visto che nessuno si era mosso per realizzarla mi sono detto “Lo dobbiamo fare” e lo abbiamo fatto in quattro mesi. È successo nel 2013 dopo il caso di Piacenza. Da giugno a novembre lo abbiamo realizzato. L’idea in realtà è venuta in due momenti diversi a due persone diverse.

La prima volta che io pensai al sistema di funzionamento del Remmy ero in auto con la mia bambina. Era il 30 maggio 2008 e alla radio diedero la notizia che la bimba di Lecco di 2 anni non ce l’aveva fatta perché lasciata in auto per 4 o 6 ore.

Io ero in macchina con la mia piccola che allora aveva 3 anni: sei molto più sensibile quando i figli sono piccoli. La prima reazione fu di pancia, pensai “Ma come è possibile che possa succedere?”. Io sono una persona che pensa razionale, che si mette sempre in discussione, quindi mi ricordo che dissi: “Michele, mai giudicare, può succedere anche a te”. Sì, può succedere, mai dire mai.

Poi mi bloccai e dissi: “No a me non può succedere perché ho sempre il computer con me sul sedile dietro per cui quando arrivo a destinazione devo recuperarlo quindi casomai mi succedesse me ne accorgerei perché ho sempre la necessità di guardare dietro”. Per cui mi tranquillizzai pensando, sbagliando, che ero salvo da questo punto di vista e che se per sbaglio fosse successo non ci sarebbero state conseguenze.

Pensai comunque che basterebbe un qualcosa che suona quando spegni l’auto se c’è il bambino dietro.

Il concetto contrario della cintura di sicurezza che suona quando parti. È una sciocchezza da realizzare però era un momento in cui avevo 5 o 6 progetti in corso quindi ho messo nel cassetto l’idea. Mi è rimasta fino a che nel 2013 un mio collega più giovane di me ma con un bimbo piccolo mi disse: “Hai sentito di quel bambino morto perché lasciato in auto? Basterebbe un qualcosa che suoni quando arrivi a destinazione se lasci il bambino dietro”. L’idea ci è venuta in due momenti diversi, a 5 anni di distanza, a due persone diverse, ma concettualmente la stessa cosa. L’idea è molto molto semplice, il nostro merito è stato quello di essere gli unici a realizzarlo e metterlo in commercio.

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Precisamente come funziona il Remmy e quali certezze dà ai genitori?

Il Remmy è semplicissimo. È un oggetto che non richiede né istallazione né manutenzione.Non va a batterie quindi non si rischia che si scarichi. È composto da tre parti: una parte va inserita nella presa accendisigaro e da lì capisce se la macchina è accesa o spenta tramite la centralina. L’altra parte va sotto la fodera del seggiolino e serve sostanzialmente a rilevare se il bambino è presente in auto o meno. Per cui tutte le volte che noi accendiamo l’auto Remmy si carica e fa un check di autocontrollo per vedere che tutto vada bene e dà dei segnali sonori. Dopodiché entra in funzione per cui se il bambino è legato male o si slaccia Remmy suona e ci avvisa di fermarci.

L’altra funzione è che all’arrivo a destinazione quando si spegne l’auto se il bambino è dentro sul seggiolino suona e ci sveglia da quell’ipnosi in cui tutti noi quando siamo in auto entriamo. Certo, se il bimbo è sveglio e stiamo cantando e giocando con lui non c’è questo pericolo. Ci può però essere la condizione perché se il bimbo si addormenta, noi pensiamo a quello che dobbiamo fare e non ci ricordiamo di lui, per cui veniamo avvisati della sua presenza appena spegniamo l’auto.

Avete ricevuto le testimonianze da genitori che hanno utilizzato Remmy e ne hanno tratto benefici?

Non abbiamo ricevuto testimonianze per cui Remmy ha salvato la vita al bambino, anche perché c’è molta vergogna ad ammettere che possa succedere. C’è una statistica che rivela che solo 1 genitore su 4, in forma anonima, ammette che a lui è successa una cosa simile. Pochissimi dicono: “Sì a me è successo”.

In realtà sono centinaia le testimonianze di persone che che raccontano il loro caso, che nella stragrande maggioranza fortunatamente è andato bene. Il caso tipico è proprio quello di arrivare a destinazione, scendere, aprire dietro per prendere il cappotto o cose simili e rendersi conto di non essersi fermati all’asilo.

Qualche giorno fa mi ha chiamato un ragazzo di Rimini e mi ha detto che a lui è successo in bicicletta. È arrivato a destinazione e nello scendere dalla bicicletta ha preso il bimbo e quindi si è reso conto di non averlo lasciato all’asilo. Se alle persone Remmy è servito non ce lo hanno detto direttamente, ma non so neanche se ce lo direbbero, proprio perché ci si vergogna molto di dimenticare il proprio bimbo in auto.

Studio Scienze della Comunicazione a Roma, amo il giornalismo e la scrittura. Non sono ancora mamma ma spero di avere una famiglia numerosa e felice. Adoro i bambini, la loro innocenza, spensieratezza e fantasia. "I fanciulli trovano tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto." (G.Leopardi)

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