foto_conciliare maternità e lavoro

Miti da sfatare sulle mamme che lavorano

La quotidianità delle mamme che lavorano fuori casa è fatta certamente di corse e stress, ma anche di stereotipi che sarebbe proprio il caso di sfatare una volta per tutte dal momento che non fanno altro che appesantire ulteriormente una situazione già non troppo facile. Perché, strano ma vero, è anche a causa di certe leggende metropolitane che le mamme-lavoratrici rischiano di vivere la propria condizione con veri sensi di colpa che non hanno alcuna ragione di esistere. Vediamo quali sono i più classici miti da sfatare definitivamente.

Una cosa che si sente dire molto spesso è che una donna che lavora molto fa meno figli di una mamma-casalinga a tempo pieno. Se questo poteva essere vero qualche decennio, fa quando effettivamente il tasso di occupazione femminile era inversamente proporzionale a quello di natalità, adesso la situazione è nettamente cambiata. Del resto basta guardarsi intorno oppure pensare alla propria posizione e a quella di amiche e colleghe: sono tante le donne che, pur tra le mille difficoltà da affrontare nel conciliare maternità e lavoro (come conciliarlo con l’allattamento al seno?), scelgono entrambe mettendo al mondo almeno un paio di figli.

Poi, ovviamente, subentrano altri fattori, quali la situazione lavorativa e anche quella economica della famiglia, tuttavia è sempre meno vero che chi decide di essere mamma e lavoratrice fa meno figli delle altre donne.

Altra leggenda metropolitana dice che basta il marito a portare a casa lo stipendio, se la donna non lavora la famiglia non avrà di certo problemi economici. Ma anche questo è un concetto superato, sia dall’emancipazione femminile che, ahimè, dalla crisi. Le cronache quotidiane di mostrano tante storie di mariti e padri rimasti senza lavoro da un giorno all’altro, anche in aziende fino a quel momento prospere.

Ecco, dunque, che il ruolo di una donna che sia mamma e lavoratrice può rivelarsi davvero prezioso, direi essenziale, per mandare avanti la situazione in un momento tanto delicato per la famiglia.

Sempre restando in ambito economico, spesso si sente dire che si risparmia di più stando a casa piuttosto che mandare i figli al nido perché la mamma lavora. Un altro mito da sfatare, almeno per un paio di motivi. Innanzitutto perché se è vero che mandare un bambino al nido ha un certo costo, anche considerevole (a questo proposito, vediamo qual è la proposta del Governo Renzi), dai tre anni in poi i soldi spesi fino a quel momento saranno ricompensati dalla quasi totale gratuità della scuola dell’infanzia e primaria. Inoltre bisogna sempre considerare il doppio stipendio, della donna e del marito.

Al contrario, se una mamma decide di stare a casa almeno fino ai tre anni del suo bambino, in seguito sarà parecchio duro rientrare nel mondo del lavoro e piazzarsi bene sul mercato.

Altro pettegolezzo è che i bimbi al nido stanno peggio che a casa. Fermo restando che la figura della mamma è insostituibile, ciò non toglie che anche a scuola un bambino possa avere un percorso di crescita sereno e tranquillo, anzi. Posso portare come esempio la mia esperienza personale: pure essendo un super mammone, Francesco si è trovato benissimo al nido, si è affezionato in maniera sana alle educatrici e ha iniziato a coltivare le sue primissime amicizie. Dunque, evviva il nido, ovviamente scelto con la massima cura (su questo argomento leggiamo ‘Come riuscire a fidarsi delle educatrici dell’asilo nido’)!

Potrà sembrare assurdo, ma una mamma che ha anche un’occupazione fuori casa vede alleggerire il peso delle faccende domestiche, che nel caso della casalinga finiscono quasi interamente sulle proprie spalle. Invece, lavorando anche fuori, secondo una serie di studi viene a crearsi un rapporto più equilibrato con il partner che, pare, si senta meglio predisposto a dare una mano in casa e con i figli.