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Maternità e lavoro: in Italia aumentano le mamme che si licenziano dopo il parto

Avere figli e lavorare non è affatto facile, soprattutto se non si ha nessuno a cui lasciare il bambino. Essere una mamma lavoratrice è pesante, stressante e spesso si pensa di non farcela. Per questo motivo tante donne sono costrette a lasciare il proprio lavoro per riuscire a badare ai figli. I dati dell’Ispettorato nazionale del Lavoro fanno davvero paura e mostrano come sempre meno l’Italia sia un Paese nel quale conciliare carriera e maternità.

Nel 2016 le donne che si sono dimesse per i figli sono il 44% in più rispetto al 2015

Il 40% delle domande di dimissioni portano come motivazione proprio il volersi occupare dei figli piccoli. Rispetto al 2015, le donne che hanno lasciato il lavoro nel 2016 per occuparsi dei bambini, sono addirittura il 44% in più.

Insomma, le mamme costrette a lasciare il lavoro sono quasi la metà in più rispetto all’anno precedente. Le donne si licenziano perché non riescono a conciliare il lavoro con le esigenze dei bambini.

Nel 2016 il 78% delle domande di dimissioni sono state firmate dalle donne. Il 40% di queste domande ha come motivazione la difficoltà di occuparsi dei bambini e continuare a lavorare. Nel 2015 le donne che hanno lasciato il lavoro per prendersi cura dei figli sono state 9.572. Nel 2016 il numero è salito addirittura a 13.854.

Le donne non riescono più a conciliare lavoro e famiglia per varie motivazioni. In primis c’è l’assenza di parenti che possano prendersi cura del bambino, come i nonni. Al secondo posto c’è il mancato accoglimento al nido dei bambini (questo dato è cresciuto del 63% rispetto al 2015). Al terzo posto ci sono costi troppo alti di assistenza al neonato, come nidi o baby sitter.


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Le mamme che si licenziano spesso hanno tra i 26 e i 45 anni e, scegliendo di non lavorare, si precludono la possibilità di fare carriera. Pure i padri lavoratori si dimettono, anche se i numeri non sono alti come quelli delle donne. Nel 2016 si sono licenziati 7.560 papà: numero in crescita del 34% rispetto al 2015.