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Conseguenze psicologiche dei traumi: il dopo terremoto

Vittime, feriti, danni e distruzione. Ma non solo: le calamità naturali come il terremoto che ha colpito l’Italia Centrale nell’agosto del 2016 sono eventi che superano l’ambito della normale esperienza e che quindi, dal punto di vista psicologico, rappresentano traumi tali da indurre stress in chiunque li abbia vissuti. L’Istituto fisiologia clinica Ifc-Cnr di Pisa ci spiega cosa può succedere a livello psicologico e quali variabili bisogna considerare dal punto di vista dei bambini.

Essere travolti da eventi come il terremoto di Amatrice mette a durissima prova le nostre capacità di adattamento e la nostra salute psicologica, sebbene le reazioni di stress vengano considerate una reazione normale a eventi eccezionali.

Fondamentalmente, i rischi per la sfera psicologica sono legati all’insorgenza di patologie, spesso gravi, conseguenti alla cronicizzazione della paura, che diventa angoscia quando l’evento sismico non si esaurisce in breve ma si protrae nel tempo.

Una simile sollecitazione emotiva innesca una serie di effetti tipicamente legati all’esposizione cronica di stress, quali modificazioni dei livelli ormonali (cortisolo e catecolamine, nelle donne anche gli estrogeni), alterazioni del sonno e, nel lungo termine, variazioni cardiovascolari associate a un maggior rischio di sviluppare ipertensione, tachicardia e talvolta infarto del miocardio. Tutto questo crea una via preferenziale per l’insorgenza di patologie come la depressione e il Disturbo Post Traumatico da Stress

Approfondiamo il punto di vista delle conseguenze sui bambini con il prof. Angelo Gemignani, Direttore U.O. Psicologia Clinica, Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisa, Ricercatore Associato a IFC Cnr Pisa e con la dott.ssa Francesca Mastorci, IFC Cnr Pisa.

Un neonato percepisce la paura?
Le paure, in quanto istinti primordiali, sono insite nell’uomo sin dalla nascita. In un certo senso, potremmo affermare che sono innate, parte integrante del nostro istinto di sopravvivenza che caratterizza tutte le tappe della nostra vita. Il neonato appena venuto alla luce ha paura. Chiaramente, è una forma di paura che ha poco a che vedere col significato più comune del termine, ma esiste ed è presente sin dai primi giorni in modo determinante. È come un’angoscia che si manifesta con la continua ricerca della madre, perno centrale intorno al quale ruota tutta la sua esistenza e con il quale forma un’unica entità. Dunque la paura nei primissimi mesi di vita di un bambino è legata sostanzialmente al timore dell’abbandono; al contrario, intorno ai 7-8 mesi, periodo in cui il bambino inizia a prendere coscienza della propria autonomia e a formare una propria personalità distinta, anche le risposte emotive subiscono un’evoluzione. Per fare un esempio, la paura del buio inizia a svilupparsi non prima dei 6-8 mesi, quando il buio assume una valenza di presenza-o-assenza. Se fino a questa età, la paura legata alla mancanza di luce è chiaramente inconsapevole e irrazionale, da quel momento in poi, nel bambino inizia a delinearsi il pensiero associativo che lo porta a legare il sonno al buio e quindi alla separazione. Evidenze sperimentali ottenute sui modelli animali hanno indicato che l’esposizione ad eventi come l’abbandono da parte della madre o sollecitazioni ambientali estreme, risulta in un’alterazione comportamentale riconducibile alla paura. Tali modificazioni neurobiologiche ottenute nel topo appena nato, si protraevano quando lo stesso topo veniva rivalutato in età adulta, a supporto del fatto che, anche nell’uomo, l’esposizione ad eventi stressanti durante il periodo perinatale, fetale e neonatale, possano andare a modificare e plasmare concretamente il futuro sviluppo neurologico, cognitivo e psicologico.

Cosa può ricordare, a breve e a lungo termine, un bambino piccolo/piccolissimo in seguito ad eventi traumatici?
I primi anni, se non addirittura i primi mesi di vita, sono determinanti non solo per lo sviluppo fisico, ma anche e soprattutto per lo sviluppo sociale ed emozionale, oltre che per la qualità di vita del bambino. In questi primi momenti, le caratteristiche individuali del bambino, legate in particolare al rapporto con la madre, costituiscono gli elementi chiave della sua crescita psicologica e relazionale, tanto che la madre stessa, stabilendo un “contatto mentale” con il figlio, ne influenza tutto lo sviluppo futuro. Proprio sulla base di questo rapporto sono stati condotti alcuni studi per valutare quanto il bambino sia in grado di ricordare. Sin dai loro primi giorni di vita, i bambini sono esposti a molti piccoli episodi di stress di natura emozionale, basti pensare, ad esempio, quando la madre esce improvvisamente dalla stanza o non risponde alle richieste comunicative del figlio. Uno studio condotto dall’Harvard Medical School di Boston ha voluto indagare se, e in che modo, rimane traccia nella memoria dei bambini di tali situazioni stressanti. Mentre è ormai ben conosciuta la capacità dei bambini molto piccoli di ricordare oggetti, suoni o azioni, al contrario sappiamo molto poco di come un bambino possa ricordare eventi traumatici. Ebbene, uno studio che ha valutato come i bambini di quattro mesi ricordassero un evento sociale stressante, costituito da una prolungata espressione neutra del volto della madre, ha dimostrato come non solo i bambini avevano memoria di un evento stressante anche a distanza di due settimane, ma che questo ricordo si manifestava sia sul piano comportamentale che su quello fisiologico, con un aumento dei livelli circolanti di Cortisolo, considerato l’ormone dello stress.

Quali accertamenti è necessario fare, in ambito infantile, in seguito ad eventi come un terremoto?
A fronte di un evento come un terremoto, i bambini possono rispondere nell’immediato con un’ampia gamma di reazioni emotive. Si possono identificare tre principali categorie di bambini: quelli che si mostrano tristi e depressi, quelli più aggressivi ed ostili, e quelli che tendono ad isolarsi. Senza generalizzare troppo, queste risposte dipendono spesso da una serie di variabili che esulano dal bambino, e che riguardano l’entità della scossa, i danni ricevuti e la percezione del pericolo. Alcuni potrebbero avere voglia di raccontare l’accaduto, altri invece tenderanno a rifiutarsi di parlarne. I bambini piccoli, soprattutto quelli con meno di 7 anni, reagiscono senza un’apparente risposta emotiva, non esteriorizzando i loro sentimenti. La reazione emotiva che fa da campanello di allarme è solitamente la tendenza alla regressione, che si manifesta con comportamenti infantili che il bambino aveva ormai superato, come piangere, succhiarsi il pollice, chiedere che venga dato loro da mangiare o il mancato controllo degli sfinteri. Il bambino inoltre tende ad associare a forti rumori e vibrazioni l’ansia e paura che l’evento possa ripresentarsi. Oltre a questo, non deve essere sottovalutato il sonno, specialmente nei bambini più piccoli che non sono ancora in grado di distinguere la realtà dalla fantasia, il sonno dalla veglia, e in cui gli avvenimenti dei loro incubi sono tanto reali quanto la vita quotidiana. Purtroppo, molti bambini, soprattutto in età scolare, rispondono con problemi di concentrazione e quindi di rendimento fino a diventare iperattivi, senza trascurare che il movimento è una delle strategie usate come “contromisura” ad un evento negativo. Altri ancora manifestano una vera e propria sintomatologia fisica caratterizzata da mal di pancia, vomito, dolori alla testa o eruzioni cutanee. In alcuni casi, non si assiste ad una risposta immediata, ma occorre attendere talvolta un’ulteriore scossa a distanza anche di mesi per avere una risposta ancor maggiore, e sfociare in una patologia vera e propria, chiamata Disturbo Post-Trumatico di Stress (PTSD).

Prendiamo il caso concreto della bambina trovata viva dopo 17 ore sotto le macerie: come si gestisce il suo caso, dal vostro punto di vista? A cosa va incontro, a livello emotivo e psicologico, secondo voi?
La triste cronaca italiana degli ultimi anni, l’Aquila, l’Emilia Romagna ed ora il Centro Italia, ha portato a porre l’attenzione sugli effetti psicologici dell’esposizione a gravi eventi traumatici, sebbene nel nostro Paese questo tipo di studi sia solo all’inizio. Da un punto di vista psicologico, le caratteristiche dell’evento traumatico sono strettamente correlate allo sviluppo di reazioni post-traumatiche. In particolare, sembra esserci una “risposta dose-dipendente”, ovvero all’aumentare della gravità dell’esposizione al trauma, aumenta la probabilità di sviluppare sintomi post-traumatici. Generalmente, l’apice di tale sintomatologia si evidenzia nel corso del primo anno successivo al disastro, con una riduzione nel giro di 16 mesi, sebbene in alcuni casi più gravi i sintomi possano persistere per tre anni. Inoltre, il grado di sintomatologia riportato nell’immediato periodo post-evento è solitamente considerato un indice predittivo della gravità nelle fasi successive. Tale predicibilità è stata già evidenziata in occasione di attacchi terroristici, come nel caso dell’11 Settembre, e di catastrofi naturali, come il terribile terremoto del 2011 che devastò il Giappone e, molto prima nel nostro Paese, con il disastro del Vajont del 1963.
Le caratteristiche del trauma non sono un determinante sufficiente per sviluppare il PTSD. Infatti sono stati individuati alcuni fattori di rischio che aumenterebbero la vulnerabilità del soggetto a sviluppare la patologia, quali ad esempio esperienze traumatiche precedenti. Questo aspetto, nel caso del terremoto dei giorni scorsi, non è per nulla da sottovalutare, in quanto parte della popolazione, pochi anni prima, aveva vissuto il terribile terremoto dell’Aquila, un evento traumatico di entità sovrapponibile. Il caso più specifico di Giorgia, la bambina estratta viva dalla macerie dopo 17 ore, chiaramente pone la lente di ingrandimento su quali potrebbero essere le sue reazioni emotive adesso e quali gli effetti psicologici che perdureranno. Difficile dire esattamente in questo momento a cosa andrà incontro la piccola Giorgia. Solitamente, e dati ottenuti da studi giapponesi, dove questi eventi tragici sono più frequenti, ce lo confermano, la frequenza e l’entità dei disturbi psicologici conclamati sono maggiori nei superstiti ritrovati sotto le macerie rispetto a chi è riuscito a scappare in tempo, con una correlazione tra entità dei sintomi e ore trascorse sotto le rovine, magari della propria abitazione, che aggiungono un significato affettivo al disastro. La bambina in questione inoltre è piccola, ma non abbastanza per non essersi resa conto, durante quelle lunghissime ore, di quello che le stava accadendo, protetta in una nicchia di macerie, dal corpo esanime della sorella. Chiaramente siamo di fronte ad un caso dove vita, morte, distruzione e paura hanno accompagnato Giorgia per 17 ore, senza poter parlare con nessuno, da sola in quella situazione estrema. È cruciale, per un ritorno alla normalità, che adesso la bambina si senta al sicuro, aiutata e supportata da psicologi e dai genitori. Il tempo ci dirà quali sono stati i danni a cui è andata incontro.

E’ giusto parlare con i bambini, anche piccolissimi, di eventi come il terremoto (oppure le stragi, le guerre, il terrorismo… altrettanto drammatiche) o mostrare loro le immagini dei TG? Un bambino rischia uno stress traumatico anche “per interposta persona”? Come dovremmo comportarci?
La maggior parte dei bambini, soprattutto se piccoli, ha difficoltà a comprendere i danni che possono risultare da un evento inaspettato ed incontrollabile come un terremoto. Il bambino tende a non vedere più il mondo come sicuro e prevedibile, specie quando l’evento ha una portata come quello dei giorni scorsi, e ciò è legato anche alla perdita della continuità familiare, territoriale e culturale. Nella maggior parte dei casi, la mente di un bambino non è in grado di registrare in modo chiaro tali eventi, soprattutto quando si ripetono nel tempo, continuando quindi a creare disagio e malessere emotivo. Se durante le normali esperienze di vita il cervello acquisisce i fatti avvenuti e le relative esperienze emotive, questo meccanismo viene alterato in concomitanza di esperienze fortemente traumatiche. L’ansia legata alla paura percepita e il senso del pericolo crea uno stato di allarme che impedisce la trasformazione dell’evento traumatico in ricordo. In altre parole, la persona, in questo caso il bambino, resta legato al trauma subito, e suoni, rumori, colori e odori spesso richiamano l’accaduto. Questa situazione emerge dai racconti dei bambini e dai loro disegni, sottolineando talvolta una mancanza di elaborazione dell’evento. Alla luce di questo, si deve assolutamente evitare che i bambini restino troppo davanti alla televisione, continuare a vedere immagini del disastro che hanno vissuto non li aiuta certo a superare il trauma. Occorrerebbe, piuttosto, spiegare quello che stanno vivendo con il loro linguaggio, in forma di cartone animato, ad esempio, o con delle storie che potrebbero essere lette ai bambini da personale esperto. Infine la figura dei genitori è chiaramente importante, ma allo stesso tempo è di fondamentale importanza il loro stato d’animo. È pertanto raccomandabile che i bambini, soprattutto i più piccoli, al di sotto dei 6 anni, continuino a svolgere attività seguiti da figure specializzate arrivate sul territorio per sostenere la popolazione.