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Come imparare a gestire le emozioni rende i bambini più sereni

È da sempre ritenuta una forma di debolezza quella di manifestare le emozioni che si provano. In particolar modo risulta difficile ammettere di aver pianto, di aver versato qualche lacrima, di aver sofferto per un qualsivoglia motivo. Perché? Le emozioni negative (ad esempio la tristezza che sfocia in pianto) ci “mettono a nudo”, ci scoprono e ci rendono vulnerabili. Quasi ci nascondiamo se abbiamo l’espressione del viso torva o malinconica o se, addirittura, piangiamo a dirotto! Questo per un quasi “fisiologico” senso del pudore, che noi adulti sviluppiamo nel tempo. Ma i bambini? Come vivono i bimbi le emozioni della vita? Come dei piccoli ometti e donnine affrontano la quotidianità tanto densa di gioia, quanto di dispiacere? Da qualche anno ormai le discipline psicopedagogiche pongono l’accento sull’importanza dell’ alfabetizzazione affettiva per i bambini ovvero alfabetizzare, istruire il bimbo affinché riconosca la proprie emozioni, i propri vissuti e le comprenda come parte integrante della propria vita.

Se pensiamo ad un bimbo nel contesto asilo, quindi luogo di socializzazione con il gruppo dei pari, inevitabilmente lo immaginiamo immerso in un mondo in cui deve districarsi tra eventi simpatici e “leggeri” (amicizie, giochi in compagnia , momenti buffi ecc.) ma anche momenti che possono generare collera, disprezzo, paura, gelosia ecc.

Pensiamo ad un litigio che scoppia a causa di una pallina gialla, contesa tra due bimbi che giocano tranquilli finché il fortissimo desiderio di impossessarsi del giochino non rende furenti di rabbia entrambi i bambini: vogliono avere la pallina ognuno per sé.

Un moto di rabbia e di ostilità inizia a prendere forma in uno dei due bimbi che alza la voce, spintona il compagno e tenta di acciuffare e trattenere a sé la pallina. I toni si fanno alti, uno dei due litiganti inizia a piangere: non riesce a sottrarre l’oggetto del desiderio all’amichetto e così, frustrato, si rannicchia in un angolo a piangere a dirotto.

In una situazione simile a questa, qualche tempo fa, tendenzialmente si interveniva consolando (con tanto affetto) il piccolo piangente e sgridando il bimbo che aveva “dominato” il litigio. Buona prassi educativa, ma l’educatore (in questo caso il maestro) non aiutava in alcun modo i piccoli a decodificare, riconoscere le emozioni provate dai piccoli.

Come vi dicevo poche riga fa, invece, da un po’di tempo sia gli educatori (insegnanti, educatori extrascolastici in genere) che i genitori, insomma tutti coloro che sono coinvolti in una relazione educativa con un bimbo, sono chiamati ad aiutare il piccolino a:

1) riconoscere le proprie emozioni

2) riconoscere le emozioni dell’altro ovvero l’amichetto o il fratellino (“noto che anche Marco è imbrociato, credi sia dispiaciuto?)

3) verbalizzare le emozioni (ad esempio:“Sei triste perché ti hanno tolto la pallina?, cosa provi in questo momento?”)

4)spronare a dare un nome alle emozioni, a spiegare cosa abbia effettivamente provato nel momento critico in cui si trovava.

Alcuni metodi per aiutare il bimbo ad aver dimestichezza con le emozioni:

1) mostrare immagini di volti (disegnati appositamente o tratti da pagine di giornali) e chiedere se l’emozione che ha vissuto rifletta la stessa che ha provato

2) inscenare una situazione in cui uno dei personaggi ha vissuto un’emozione negativa, proprio come quella appena provata dal bimbo e chiergli di raccontare cosa stia accadendo

3) utilizzare una tela, o un semplice foglio, ed incitarlo a colorarlo come meglio crede, senza suggerirgli indicazione e chiedergli che sensazione abbia provato mentre usava i colori

4) far rievocare un ricordo ed estrapolare dal discorso la parola emozione, riconoscerla e descriverla (“Raccontami l’ultima volta che hai pianto, per quale motivo?”)

I modi per insegnare ai bimbi ad essere “sciolti” con la sfera emozionale sono davvero tanti, nel settore pedagogico vari sono i suggerimenti da mettere poi in pratica.

Non dimentichiamo mai che il primo educatore di un bambino è il proprio genitore, la famiglia è in assoluto la prima agenzia educativa. Ecco perché i genitori, in primis, devono capire l’importanza di un’educazione alle emozioni; un figlio che conosce e riconosce il motivo per cui si è arrabbiato, potrà saper gestire meglio la sua rabbia, così come la frustrazione, e potrà affrontare le relazioni del vivere quotidiano con maggiore serenità. Questo vale per le emozioni negative quanto per quelle positive, che aiutano il piccolo a sviluppare atteggiamenti di maggiore apertura verso il prossimo, di gratitudine, di stima in se stesso. Tanti sono i percorsi formativi promossi nelle scuole o in situazioni extra-scolastiche che, oggigiorno, mirano a regalare più dimestichezza con la sfera emotiva a bambini, adolescenti e adulti! Perchè non si smette mai di emozionarsi, non si smette mai di imparare.

Sara Convertini