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Come ho spiegato il terrorismo dell’ISIS a mio figlio

A volte certi avvenimenti sono così eclatanti che penetrano con insistenza nel quotidiano di ognuno di noi, soprattutto nelle nostre tranquille dimore, dove si cerca di far predominare in famiglia un sentimento d’amore, specie se si hanno dei bambini piccoli. Ormai i media da settimane non fanno altro che trasmettere immagini di quella triste Parigi massacrata in un venerdì sera qualunque dalla follia del terrorismo islamico. Da madre ogni volta che in tv si parla di Isis vorrei cambiare canale per tutelare il mio bambino di 4 anni, continuando a fargli vivere la sua serena infanzia.

Ma ho capito che risulta difficile celare a mio figlio la funesta e paurosa realtà che si vive fuori dalla propria casa. Ho dovuto raggiungere una consapevolezza che mi ha portata a dargli più spiegazioni nel tempo, perché pure se piccolo, capisce benissimo che qualcosa è cambiato. Poi vivendo a Roma ha constatato con i suoi grandi occhi che la polizia e i militari, che da ometto adora, sono divenuti una reale presenza nella città.

Già ai tempi di Charlie Hebdo, mi sono trovata dinanzi alla curiosità di mio figlio, catturato dalle immagini di persone che con una matita in mano urlavano “Je suis Charlie“. Per lui si trattava uno scioglilingua da ripetere che però interrompeva di scatto appena la stesso telegiornale mostrava come dice il mio bimbo “i signori con la maschera nera“.

Partendo da ciò gli ho dato una prima spiegazione, è ammetto che inizialmente non è stato difficile, essendo maschietto e vedendo quotidianamente cartoni con supereroi e cattivi mascherati contendersi il mondo. Infatti ho fatto un paragone con Spider Man che combatte contro Doctor Octopus, per fargli capire la differenza concreta fra il bene ed il male. Il concetto di “terrore” però, per fortuna è ancora un’astrazione per lui, perché come tutti i bambini conosce soltanto le classiche paure della sua età, perciò non sono andata avanti nella mia parziale spiegazione.

Poi sono arrivati gli attentati di venerdì 13 novembre, e sempre Parigi, città che lui stesso ha riconosciuto in tv perché l’abbiamo visitata, è ritornata ad essere la protagonista. Così “Ai signori con la maschera” ho dovuto dare il vero nome: –ISIS– e il paragone dei beniamini di mio figlio che vincono sempre sui cattivi ha iniziato a vacillare. Gli ho dovuto dire per forza per la prima volta quella parola dichiarata dalla Francia stessa cioè: –guerra-. Descrivendola come un lungo combattimento senza vinti né persi, ma con tanti feriti e tanta tristezza e a ciò lui non mi ha domandato più niente, come se avesse capito.

Personalmente io non sono una di quelle madri che racconta al proprio pargolo che le persone che vede al telegiornale sono finte, che il sangue è pomodoro e i morti sono attori,e questo perché lo sto abituando a distinguere la finzione dalla realtà. A me non piace mentirgli ed usare “filtri” che magari potrebbero essere facilmente spezzati da un compagno più informato di lui, creando di conseguenza nella sua testa una maggiore confusione.

Pensavo però di esser stata esaustiva nelle mie spiegazioni, in quanto lui non mi ha più chiesto nulla fino all’altro giorno in fila al supermercato. Infatti, ha visto una signora avanti a noi con il velo, e lui seduto sul carrello della spesa, con la sua dolce vocina mi ha gridato indicandola:-mamma guarda l’ISIS!-. Chi era accanto a me e riusciva a vedere la donna di religione musulmana ha sorriso, mentre chi stava in fondo e ha sentito solo la sua voce ha vissuto un attimo di panico. Scrivo questo aneddoto perché solo così io ho capito da madre che l’innocenza di mio figlio, come quella di ogni bambino, non conosce cattiveria, i suoi teneri e grandi occhi si soffermano su di un vestito diverso dal nostro ma non vanno oltre.

Ecco quindi che dopo essermi scusata con la signora, ho dato un’altra spiegazione al mio “4enne”, dicendogli che avere il volto coperto non è sinonimo di cattiveria, e lui mi ha risposto:-hai ragione mamma in fondo Spider Man, pure se è un personaggio finto, ha la maschera ma è buono-. Forse questo mio chiarimento è stato quello più necessario, per evitare proprio inutili pregiudizi razziali in mio figlio. Dal mio bambino io così ho compreso l’innocenza di ogni piccino, che vede il male come uno scontro fra supereroi mascherati. Lui invece ha dovuto accettare, anche se con spiegazioni separate nel tempo, che questa cattiveria che si vede in televisione esiste realmente e si traveste per confondersi con gli altri.