Maternità e Shoah: come si viveva la gravidanza all’epoca?

27 Gennaio 2015: giornata della memoria, per non dimenticare. Per non dimenticare i 6 milioni di ebrei morti e tutte le persecuzioni effettuate nei confronti di chi venne considerato “indesiderabile”. Per non dimenticare il dolore dei lager voluti dalla Germania nazista. Per non dimenticare che tutto questo ha un nome, Olocausto, e che la Shoah ha un significato specifico: distruzione e catastrofe.

E come può coesistere l’ idea di distruzione con quella di maternità? Da una parte c’è l’ odio per il prossimo, dall’ altra si pone l’ amore incondizionato per il proprio figlio. Pensieri del tutto opposti, che difficilmente riuscirono a convivere nello stesso ambiente.

Purtroppo, la morale di ogni singola storia all’ interno di quei lager (Auschwitz-Birkenau, Dachau, Mauthausen-Gusen e la lista sarebbe ancora lunga) fu sempre legata alle lacrime, alla disperazione e all’ impossibilità di capire quegli atteggiamenti che un senso, effettivamente, non l’ avevano.

Molte furono le storie di donne e madri deportate nei campi di concentramento, ma pochissime le testimonianze e i racconti. Perché?

Le pochissime sopravvissute a quell’incubo non sempre vennero considerate come personaggi eroici, proprio perché se da una parte erano scappate da quell’orrore, dall’altra era necessario riadattarsi a tutti gli stereotipi che la società imponeva: primo fra tutti quello di donna intesa come madre e casalinga. E come era possibile per le donne riadattarsi ad un modello del genere se durante lo sterminio era proprio la maternità e la sfera intima ad essere posta sotto il mirino dei tedeschi? Non tutti sanno, infatti, che la maternità nei lager era un’ idea assolutamente abolita dalla “razza ariana”.

Poco, infatti, si conosce del modo in cui le donne affrontarono la loro femminilità, la gravidanza, il ciclo mestruale. Spesso le donne ebree incinte cercarono di nascondere a tutti i costi la propria gravidanza alle autorità, proprio per non essere costrette ad abortire o, comunque, essere mandate subito nelle camere a gas. Gli aborti venivano praticati in condizioni disonorevoli fino all’ottavo mese di gestazione, i feti bruciati o strangolati dinnanzi le stesse madri.

Rarissimi furono i casi di donne che riuscirono a nascondere il proprio stato gravidico e a partorire. Liana Millu, ebrea di origine italiana, raccontò un episodio di una giovane donna incinta, Maria. Lei volle a tutti i costi quel figlio, non rassegnandosi al pensiero di quel mondo nero e sperando di accendere una luce, decise di partorire. Purtroppo, quel parto si concluse tragicamente con la morte di mamma e neonata.

Tra le poche testimonianze, si evidenzia persino quella di un’ ostetrica che vide morire tutta la sua famiglia nel Lager, dove però venne lasciata libera di aiutare le donne durante il parto. Sembrava ci fosse speranza, ma la vita di quei neonati durava non più di qualche minuto: la stessa ostetrica veniva costretta a mettere in bocca a quelle povere creature due gocce di veleno. Vita e morte riuscivano a coesistere terribilmente.

Donne e madri costrette alla nudità, alla rasatura dei capelli, al confronto con un corpo che non poteva essere simbolo di femminilità, ma emblema di scempio umano voluto dall’ uomo stesso. Donne costrette alla prostituzione e agli abusi e agli immediati aborti, uomini che uccidevano ulteriormente l’idea della maternità e dell’ istinto materno.

Donne obbligate ad essere cavie in esperimenti scientifici che, ovviamente, andavano ad minacciare la funzione riproduttiva. Gli studi più diffusi erano volti ad ottenere la sterilizzazione dei “popoli inferiori“. I metodi utilizzati erano naturalmente indegni: dalle siringhe introdotte nell’ utero con sostanze velenose all’ utilizzo incontrollato raggi x, proprio per indurre infertilità. Dei veri attentati alla maternità.

Senza considerare le storie di madri che videro i propri bambini più grandi morire ancor prima di loro. Ma quelle stesse madri morirono già prima della loro effettiva esecuzione: esse perirono dentro già al sol vedere i figli soffrire in un modo e mondo disumano, in un posto che nessuno meriterebbe mai.

Tutto questo lascia senza parole. La Shoah distrusse i sogni di milioni di persone.
La distruzione poté coesistere con maternità quando quest’ ultima divenne un affronto al potere, un fiore che nasce nel ghiaccio, una luce che affiora nel buio cupo, una speranza in un mondo pieno di incubi.

Come ogni sogno, però, ci fu il bisogno di mantenere i piedi ben saldi a terra e quei campi di concentramento non erano illusione, erano realtà. L’ unica cosa che resta da fare è ricordare che questo è stato, ricordare per non ripetere più, far conoscere tutto ciò soprattutto alle nuove generazioni in tutti i modi. La Storia è triste, l’ uomo a volte fin troppo meschino. Bisogna avere coraggio, resistere e ricordare. Sempre.

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23 anni di Catanzaro - ORGOGLISAMENTE Ostetrica. E' l' avventura più bella che potessi immaginare di vivere: testimone della vita che nasce. "Ho visto in sala parto la potenza delle cose" il mio motto. Animatrice per bambini, conduttrice di corsi di preparazione al parto, Ost.ca volontaria in Ospedale. Possiedo un master presso l' Università di Firenze, con diverse competenze ecografiche e cliniche. Email: c.polizzese@passionemamma.it

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