Alfredino Rampi: storia del bambino morto nel pozzo di Vermicino

Alfredino Rampi, storia del bambino morto nella tragedia Vermicino

Aveva sei anni Alfredino Rampi, ragazzino vivace e simpatico nato a Roma nel 1975. Il padre, Ferdinando, è un dipendente dell’ACEA, mamma Francesca, detta Franca Rampi, fa la casalinga. In famiglia c’è poi la nonna paterna Veja ed il fratellio Riccardo di due anni.

10 giugno 1981

1981. La famiglia sta trascorrendo un periodo di riposo nella casa estiva in via di Vermicino, a Finocchio, località in provincia di Roma. Un pomeriggio, papà Ferdinando decide di uscire con due amici, portando con sé Alfredo. É mercoledì 10 giugno.

La chiamata alle forze dell’ordine

Alle 19:20 circa l’uomo decide di rincasare, ma Alfredo, esuberante e curioso, chiede di poter continuare il cammino verso casa da solo, passando per i prati. Ferdinando, seppur a fatica, acconsente. Tornato a casa, però, si accorge che il figlio non è ancora arrivato. Aspettano mezz’ora i genitori, prima di uscire ed iniziare a cercare il figlio nei dintorni. Alle 21.30, chiamano disperatamente le forze dell’ordine.

La storia di Alfredino Rampi inizia ad aprire i telegiornali, ad essere pubblicata nelle prime pagine dei quotidiani, assume una risonanza mediatica con pochi precedenti. La vicenda passa alla storia come la ‘tragedia di Vermicino‘. Nel giro di 10 minuti giungono sul posto Polizia, Vigili urbani e Vigili del fuoco. Tutti si uniscono alle ricerche del piccolo, portate avanti anche con l’ausilio di unità cinofile.

L’intuizione della nonna

Poi, l’intuizione della nonna. É lei la prima ad ipotizzare che Alfredo poteva essere caduto in un pozzo recentemente costruito nei dintorni, dove si stava edificando una nuova abitazione. Un pozzo profondo 80 metri, coperto da una lamiera tenuta ferma da sassi.

La difficoltà dei soccorsi

L’agente Giorgio Serranti, fatta rimuovere la lamiera, riesce per primo ad udire i lamenti di Alfredo. Nel giro di pochi minuti, i soccorritori si radunano all’imboccatura. Viene fatta calare nella voragine una lampada, tentano invano di localizzare il bambino. Le operazioni di soccorso si rivelarono subito estremamente difficili: la voragine presenta infatti un’imboccatura larga 28 cm, una profondità di 80 metri e pareti irregolari, piene di sporgenze e rientranze.

I soccorritori ritengono impossibile calarvi dentro di persona. Calare nell’imboccatura una tavoletta legata a corda: il bambino ci si sarebbe aggrappato, per poi essere sollevato. La scelta, in realtà, si rivela un tragico errore: la tavoletta si incastra nel pozzo a 24 metri, ben al di sopra di Alfredino. Diventa impossibile rimuoverla.

Tullio Bernabei, il primo a calare nel pozzo

Il primo a calare nel pozzo è Tullio Bernabei, giovane caposquadra di un gruppo di speleologi del Soccorso Alpino, arrivati verso le 4:00 come volontari. Calato a testa in giù, il ventiduenne tenta di rimuovere la tavoletta che era rimasta incastrata, non arrivandoci.

La costruzione del ‘pozzo parallelo’

Il comandante dei Vigili del fuoco di Roma, Elveno Pastorelli, ordina allora di sospendere i tentativi degli speleologi e di concentrare gli sforzi nella perforazione di un “pozzo parallelo”. Alle ore 8:30 la sonda comincia a scavare, Alfredino comincia ad avere sonno e sete.

Diretta televisiva, venditori ambulanti: perché?

Nel frattempo attorno al pozzo si raccoglie una folla di circa diecimila persona, le telecamere della RAI continuano la diretta iniziata dalla scoperta del pozzo, fino a protrarsi per un collegamento lungo 18 ore. Ancora oggi, ci si chiede quanto questa eccessiva esposizione mediatica sia servita. Tristemente memorabili anche le immagini di venditori ambulanti di cibo e bevande nei luoghi dell’incidente.

Il bimbo sta ancora bene

Alle 18:22 dell’11 giugno il pozzo parallelo aveva raggiunto una profondità di 21 metri e 4 centimetri: la sonda continua a scavare con difficoltà. Elvezio Fava, primario di rianimazione all’ospedale San Giovanni, controlla intanto le condizioni di salute del bambino, che era affetto da una cardiopatia congenita: per il momento la situazione è sotto controllo.

Alfredino scivola ancora più giù

Continuano le operazioni di soccorso, cala la notte ed i lavori non si arrestano. Alle 16:30 del 12 giugno, giunge sul posto il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Alle 19:00 il pozzo parallelo è terminato, ma Alfredino, a causa vibrazioni causate dalla perforazione, era scivolato molto più in basso, a 60 mt dalla superficie.

Licheri, l’Angelo di Alfredo

L’unica possibilità rimasta era la discesa di qualche volontario. Angelo Licheri, autista e facchino di una tipografia romana, si fa calare nel pozzo per tutti i 60 metri di distanza dal bambino. Riesce tre volte ad avvicinarsi al bambino, tenta di allacciargli l’imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l’imbracatura si apre.

Licheri, soprannominato poi l’Angelo di Alfredo, tenta di prenderlo per le braccia, ma il bambino scivola ancora più in profondità. L’uomo rimane a testa in giù 45 minuti, prima di esser costretto – per norme di sicurezza – a risalire in superficie, senza il piccolo.

L’ultimo volontario: Donato Caruso

Inizia a questo punto una solidarietà collettiva tra volontari che tentano di recuperare la vittima dell’incinente, ancora in vita. L’ultimo a calarsi nel pozzo sarà Donato Caruso. Alla fine, anche lui tornerà in superficie senza esser riuscito a recuperare Alfredino. Sarà l’uomo il primo a riportare la notizia della probabile morte del bambino.

La morte e il ritrovamento del corpo

Il cadavere del bambino caduto nel pozzo sarà recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l’11 luglio seguente, 28 giorni dopo la sua morte. I funerali si svolsero il 17 luglio 1981 nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura. La salma venne trasportata dai volontari che tentarono di salvarlo, fra cui Angelo Licheri e Donato Caruso.

Riposa vicino al fratello

La tomba di Alfredino Rampi viene conservata nel Cimitero del Verano di Roma, prima di essere spostata, nel 2015, accanto a quella del fratello minore Riccardo, morto per arresto cardiaco a 36 anni.

Controversie

La mamma di Alfredo ha più volte denunciato la mancanza di soccorsi efficienti e l’eccessiva esposizione mediatica del caso, definita un “reality show terrificante”. Oggi in Italia esistono sette vie dedicate ad Alfredino, caduto nel pozzo nel quale ha incontrato la morte.

“La registrazione di una sconfitta”

Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi“, dirà il giornalista Giancarlo Santalmassi. Trentasei anni dopo, l’Italia non dimentica.

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