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Quando una mamma non vuole allattare

Qualche anno fa, quando è nato uno dei miei figli, io e le altre mamme per allattare i nostri rispettivi bambini, dovevamo recarci in una saletta apposita adiacente il nido. Partendo dal presupposto che tutte le mamme hanno paura all’inizio di non avere abbastanza latte, è ovvio che lì dentro ci scambiavamo consigli, pareri, paure, emozioni, esperienze, con i nostri cuccioli tra le braccia, dolcemente attaccati al seno.

Il personale del nido era vicino a tutte noi nei momenti di difficoltà e scoraggiamento, quando cioè i neonati dormivano o non ne volevano sapere di attaccarsi al seno. Le puericultrici ci aiutavano, ci guidavano, dandoci le istruzioni giuste accompagnate da parole di conforto.

Tra le mamme, che assolutamente non ricordo anche se faccio una sforzo di memoria, ce n’era una che mi è rimasta impressa. Se ne stava lì, seduta in silenzio, le portavano il bambino, lei lo stringeva a se. Fin qui tutto normale direte voi, ma la cosa che mi colpì subito, fu il fatto che lei non si sbottonava la camicia da notte per cominciare l’allattamento.

Nemmeno provava ad allattarlo. Baciava suo figlio, lo carezzava, lo guardava attentamente, ma niente. Nemmeno un accenno a volerlo allattare. Nemmeno un briciolo di tensione sul volto. Nulla di nulla. Tutto normale. Dopo pochi minuti arrivava l’infermiera con il biberon e lei, nella tranquillità più totale, nutriva il suo piccolino.

Lo faceva guardandolo con lo stesso sguardo d’amore di ciascuna di noi. Nulla più, nulla meno. Dato che noi, in quel nido ci recavamo più volte al giorno, con qualcuna si creò una specie di amicizia. Con lei no, dico la verità, ma per nessun motivo in particolare. Una delle più logorroiche del gruppetto, di quelle che per capirci, la curiosità se le mangia, trovò il coraggio di chiederle (dopo due tre domandine per rompere il ghiaccio) perché non allattava.

Lei rispose tranquilla come sempre che semplicemente aveva scelto di non farlo. Per motivi suoi, ci disse. In effetti non c’erano motivi di sorta per cui non avrebbe potuto farlo, e solo chi era presente sa quanto l’abbia invogliata il personale della struttura. Ad ogni ora, ad ogni poppata, prima di portarle quel biberon le lasciavano il tempo per stare col bambino, nella speranza (forse) che da un momento all’altro avrebbe stretto il piccolo al seno, allattandolo.

Quel cucciolo di uomo che si girava verso di lei guidato dall’istinto, dall’odore materno, dal suono della voce di sua madre mentre pronunciava il suo nome. Lei, la stessa che ascoltava attentamente il personale mentre ci faceva delle mini lezioni sull’importanza e le proprietà del latte materno. Lei, che nella sua decisione restava irremovibile.

Quel bambino, sicuramente sarà cresciuto, sicuramente in salute con latti formulati, qualche vitamina e integratore in più magari. Perché non è che i bambini che non hanno latte materno a disposizione non vanno avanti. E poi al limite, ci sono sempre le banche del latte a cui attingere.

Questa cosa me la porto dentro con un briciolo di malinconia, perché è un peccato che se uno ha la possibilità di allattare, decide di non farlo. Non capirò mai quella decisione, ma allo stesso tempo non la condanno. Ognuno è libero di fare quello che sente e nelle modalità che ritiene più opportune, anche rispetto a condizioni delicate come quelle della maternità.

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