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Amnioscopia: che cos’è?

La valutazione del benessere fetale può essere effettuata in vari modi, ma spesso ci si dimentica dell’ importanza nella valutazione del liquido amniotico, la cui qualità è spesso associata anche ad eventuali stati di sofferenza fetale.

L’ amnioscopia consiste proprio in una tecnica invasiva di valutazione del liquido amniotico e delle condizioni del feto oltre le 40 settimane di gestazione (anche se può essere condotta sin dalle ultime cinque settimane gestazionali) proprio perché l’ invecchiamento placentare potrebbe non poter bastare per la vitalità intrauterina.

L’ esame consiste nell’ inserimento di un amnioscopio in vagina; si tratta di una sorta di tubo dotato anche di mandrino. Naturalmente i tubi sono disponibili in varie dimensioni. Una volta raggiunto il polo inferiore delle membrane, si toglie il mandrino e si utilizza un sistema di illuminazione.

Sulla base di questo fascio luminoso può essere valutato il colore del liquido all’ interno della borsa che dovrebbe proprio mostrarsi limpido, mentre c’è da allarmarsi se si evidenzia un colorito marrone o verdastro, inteso come liquido con tracce di meconio, associato ad oligoigramnios o liquido amniotico poltaceo. In questi ultimi due casi c’è la necessità di innescare il travaglio di parto proprio a causa della diagnosi di sofferenza fetale.

Comunque, questo controllo viene effettuato il meno possibile proprio perché ad esso possono essere associate delle complicanze infettive, come ad esempio la corionamnionite. Spesso, sono gli stessi ginecologi a preferire la valutazione ecografica del liquido amniotico e delle condizioni fetali, nonostante all’ occorrenza può essere utilizzata questa importante tecnica di diagnosi e valutazione a tuttotondo.

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