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Tate per tutti: nuovi lavori crescono

In Italia l’usufruire di una tata è visto solo come un privilegio delle famiglie ricche o comunque benestanti, le famiglie normali hanno la baby sitters, giovane e inesperta, studentessa universitaria che fa un lavoretto, invece le famiglie “in” hanno la tata.

In realtà le nostre baby sitters non dovrebbero essere denigrate così, perché spesso sono educatrici che stanno studiando e quindi mettono alla prova lavorando la sera e nei weekend proprio quello che studiano all’università. Insomma non ci dovrebbe essere tutta questa differenza tra la considerazione del lavoro di baby sitters e tata.

Semmai è solo una questione di durata del lavoro: se è visto come un lavoro per poche ore al giorno quando serve (per le baby sitters) o come un lavoro continuativo e più regolato (per le tate).

Infatti per esempio al Nord Italia la tata è molto più diffusa, anche in famiglie “normali”, dove entrambi i genitori lavorano, e quindi la mamma per tornare al lavoro si affida a una figura sempre presente, tutti i giorni, per più ore al giorno, che diventa anche un punto di riferimento educativo per bambino e famiglia.

Così è cresciuta la mia amica Adriana, di cui vi ho raccontato la storia di mamma indipendente, tempo fa; con la tata perché la mamma era un’imprenditrice di successo, e ora lei ha preso una tata per passare i pomeriggi col suo bimbo, dopo che questo esce dall’asilo nido.

Il problema dell’Italia e che la figura di tata non è riconosciuta professionalmente, non c’è un albo professionale per esempio, e neanche un percorso di studi riconosciuto che forma tate “per casa”, non solo educatrici per strutture per più utenti, come il corso di laurea di scienze dell’educazione che prepara per lavorare in asili di vario genere.

Invece per esempio in Inghilterra ci sono delle scuole professionali e ben riconosciute che formano questo tipo di supporto familiare. Noi invece le uniche tate che abbiamo imparato a conoscere sono quelle del programma televisivo SOS tata che ci dimostrano che anche in Italia esistono queste figure. Ma come si sono formate?

Per supplire a questa carenza professionale italiana, in un tempo di crisi del lavoro, e in cui a volte il lavoro bisogna inventarselo, sono partiti quest’anno i primi corsi di 3 mesi per formare tate (e anche tati uomini) professionisti.

Per ora sono solo a Roma, dove ha sede questa famosa agenzia che è nata come agenzia che trova le tate per le famiglie che ne hanno esigenza, in tutto il mondo. Una donna imprenditrice ha saputo creare una rete di e-recruiting che lavorano anche solo via Skype e una rete di personale a disposizione per le famiglie che vogliono conoscerle, vedere i loro profili: basta registrarsi e abbonarsi al sito di Nanny e Butler. Dopo una prima cernita fatta sia dalla famiglia, sia dalle e-recruiting, si organizzano i primi incontri/colloqui.

Ma la cosa più interessante sono questi corsi per tate, per permettere a tutte le famiglie italiane di pensare a un ulteriore supporto, ben preparato e professionale, nel caso di bisogno, per organizzare al meglio la propria vita familiare.

Senza semmai spendere un patrimonio, come accade in Danimarca, dove la tata, in caso di bisogno delle famiglie, viene pagata in parte dallo Stato. A quanto una cosa del genere anche in Italia?

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