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Madri che uccidono: Il complesso di Medea

I fatti di cronaca ci riportano quotidianamente a riflettere su queste tragedie che hanno in se’ qualcosa di profondamente inaccettabile ed innaturale. Gesti di follia, l’ultimo accaduto durante la notte di Natale, talmente inconcepibili che spesso la stessa mente malata che li concepisce poi li cancella, li rimuove, come se non fossero mai accaduti. E’ il caso ad esempio del delitto di Cogne, dove le perizie psichiatriche confermano che probabilmente Anna Maria Franzoni non nasconde nulla, semplicemente non ha coscienza di averlo fatto.

Spesso le Madri che uccidono vengono definite dalla cronaca come “Medee”. In realtà il complesso di Medea è una sindrome riconosciuta come un disturbo psichiatrico ben descritto da Jacobs nel 1988, dove l’omicidio del figlio non viene rimosso ma ha uno scopo ben preciso: distruggere il legame padre-figlio.

Il complesso di Medea è una psicosi che colpisce menti già predisposte a squilibri psichiatrici, che si insinua nella mente delle donne a seguito di un abbandono da parte del marito. Medea era la protagonista della più disperata tragedia di Euripide. Dopo aver ucciso il fratello e ingannato il padre pur di riuscire a sposare il suo amato Giasone, viene da lui ripudiata per amore di un’altra giovane donna.

La furia di Medea difronte all’irriconoscenza di Giasone divenne accecante tanto da indurla ad uccidere la nuova sposa. Ma la sua sete di vendetta non ancora placata trovò sfogo solo nell’uccisione dei suoi due amati figli, avuti dall’unione con Giasone.

Nel complesso di Medea sono molteplici le cause che portano queste donne ad odiare il marito, tanto da sacrificare i loro figli. I motivi vanno dall’abbandono, al tradimento, alla semplice gelosia verso il rapporto con il figlio. Ma sono tutte successive a delle separazione conflittuali tra i partner, che pongono queste donne difronte al trauma della perdita dell’Altro, che viene vissuta come forte svalutazione dell’Io.

E poiché un figlio è simbolicamente il frutto dell’unione con l’altro, ecco che l’infanticidio diventa l’unico modo per annientare questo legame, quando l’odio è talmente forte che si è disposti a ferire se’ stessi, sacrificando il proprio sangue, pur di ferire l’altro. E’ questo il meccanismo infernale che sembra essersi innescato nella mente di quella madre che ha deciso a Natale di accoltellare il figlio, pur di non dare la sua custodia al padre.

In tutte le coppie separate e in guerra bisogna fare attenzione a quel fenomeno chiamato allineamento del minore con un genitore, quando cioè la mamma o il padre inducono il figlio dai 9 ai 12 anni, più o meno velatamente, a schierarsi con uno di loro a discapito dell’altro, spesso parlandone male e limitandone gli incontri.

Questo è un forte campanello d’allarme di un patologico desiderio distruttivo nei confronti del partner e del suo legame con il figlio. Non solo, questo atteggiamento è un vero e proprio abuso emotivo che può portare al figlio a sviluppare meccanismi di difesa come aggressività, onnipotenza, svalutazione, dissociazione, comportamenti autodistruttivi, depressione disturbi alimentari, scarso rendimento scolastico.

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