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La gravidanza empatica e la sindrome di Couvade

Per chi oggi è mamma sicuramente quando era incinta avrà notato attorno a lei una sfilata di donne con un altrettanto pancione enorme, pensando pertanto di vivere in una terra di future genitrici. Si sarà chiesta poi se quella che si stava vivendo fosse quindi un’annata feconda, piena di cicogne nonostante la crisi incombente. C’è chi dice che fra amiche, colleghe o comunque per chi condivide uno stesso luogo, basta che una donna inizi una gravidanza per far si che se ne susseguano a catena altre. Questo succede anche per il ciclo mestruale, infatti alcuni studi hanno dimostrato che in un appartamento dove convivono sole donne, dopo poco tempo, queste si ritroveranno ad essere mestruate all’incirca nello stesso periodo. Tutto ciò si ritiene avvenga per empatia, mentre nel caso riguardante le future madri, si parla di gravidanza empatica.

Con la parola empatia si intende la capacità di sentire lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia che di dolore, queste sensazioni vengono vissute da un ricevente che se ne appropria come se fosse lui/lei a vivere pienamente la situazione. La gravidanza empatica vede come protagoniste donne che condividono gli stessi spazi e che quindi a furia di frequentarsi e di parlare della gioia di diventare madri, riescono a piantare un semino nella mente delle altre che di li a poco seguiranno nell’impresa femminile più soddisfacente e ardua.

Insomma rimanere incinte per empatia si può, e a dimostrarlo vi è uno studio di alcuni ricercatori della Upsala University, Lena Hensvik e Peter Nilsson che hanno preso in considerazione 15 mila donne impiegate in una azienda svedese. Secondo la ricerca se una donna che lavora in ufficio con altre sue colleghe resta incinta, vi è la probabilità del 10% che lo diventino anche le sue compagnie nel giro di 1,2 anni.

Ciò però non avviene solo in ambito femminile, infatti un altro studio che arriva da Sidney dimostra come anche i futuri padri a contatto con le proprie compagnie in dolce attesa, mostrino segni della cosidetta “sindrome di Couvade “. Questo termine deriva dal francese couver e sta a significare covare/far nascere, quindi in questo caso si parla di un senso di protezione nei confronti del nascituro. Gli uomini risentirebbero perciò dei classici sintomi della gravidanza nei 9 mesi in cui le proprie donne attendono il futuro nascituro, con nausee e voglie.

La ricercatrice dell’Università di Waikato in Nuova Zelanda, la dottoressa Irene Lichtwark ha condotto una ricerca sullo stress dovuto alla gravidanza anche da parte del futuro padre. La studiosa ha portato l’ esempio di come avvenga un processo psicosomatico di tanta empatia in un popolo zelandese dove durante il travaglio delle proprie donne l’uomo si ritira nella sua capanna per simulare i dolori del parto. Ciò secondo la Lichtwark deriva da una sindrome empatica nei confronti della propria compagnia e anche dall’ansia di diventare padre oppure ad un modo per prepararsi alla paternità stessa. Questi sintomi, tipici della futura madre e a questo punto anche dl futuro padre, spariscono soltanto una volta nato il figlio.

Per tornare invece ai padri italiani, è capitato che alcuni futuri papà non reggendo ai ritmi alimentari delle compagne in dolce attesa, si siano ritrovati dopo grosse mangiate in ospedale per una gastroenterite. Ancora mentre assistevano al travaglio, hanno accompagnato la donna durante la respirazione e poi non hanno retto all’emozione e sono svenuti. Insomma somatizzare quando vi è una cosa che sta tanto a cuore può capitare, basti pensare alle finte gravidanze come quelle isteriche, ma a volte la nostra testa è talmente potente da riuscire a trasmettere e a fare poi nascere tramite empatia reali gravidanze.

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