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Maternità e lavoro, i (tristi) dati di una ricerca condotta a Roma

Quasi 8 donne su 10 dichiarano di aver subito un peggioramento della propria condizione professionale dopo la nascita di un figlio. Spesso si tratta di un cambio di ambiente o di mansioni di lavoro oppure di una modifica della tipologia contrattuale. E per l’8% di loro, la nascita di un bambino significa la perdita del posto lavoro senza la possibilità di considerare altre opzioni. E’ successo anche a voi?

Sono alcuni dei dati più tristi che emergono dalla ricerca “Maternità e Lavoro”, realizzata dall’Associazione Il Melograno con il contributo dell’Associazione ORARES e il patrocinio del I Municipio Roma Centro. I questionari analizzati nel corso dell’indagine sono stati 784: certo, non è un campione nazionale, ma è comunque indicativo, dal momento che arriva dalla Capitale. Vediamone alcuni dei dati più interessanti.

L’indagine è stata proposta a donne con figli in età compresa tra 0 e 5 anni. Sono donne che hanno in media un’età di 38 anni, per la maggior parte italiane (73% contro il 27% di mamme straniere) e con un elevato grado di istruzione, se si pensa che il 64% del campione ha una laurea. Al 92% le mamme che hanno risposto vivono una situazione di coppia. Il 48% di loro ha 2 figli, il 43% un unico figlio e il 9% ha 3 bambini.

Dall’analisi emerge che nella maggioranza dei casi (51%) le donne sono riuscite a mantenere lo stesso lavoro precedente alla maternità, ma al tempo stesso le percentuali di coloro che hanno visto un forte cambiamento nella sfera professionale sono significative: cambio nella tipologia di contratto (8%), cambio di ruolo, mansioni, ambiente (21%), totale perdita (8%) o cambio di lavoro (12%).

Nella cura e nella crescita dei figli, dalla nascita e nei primi anni di vita, il supporto maggiore sembra essere cercato all’interno della famiglia e delle mura domestiche, grazie all’aiuto del padre (71%), dei nonni (58%), baby sitter private (31%), aiuto nel lavoro domestico (22%), amici e vicini di casa (6%). Elevata la percentuale di coloro che rispondono di aver trovato sostegno nelle strutture educative (asili nido comunali 39%, privati 22%, scuole dell’infanzia 15%). L’organizzazione aziendale raggiunge a fatica il 2% delle risposte, evidentemente non considerata funzionale.

Cosa vorrebbero le mamme romane per poter vivere meglio la propria maternità e riuscire a “conciliare”? Il 76% chiede più asili nido pubblici, seguono tempi e luoghi di lavoro flessibili (67%); una diversa cultura aziendale (61%); servizio di pre e post scuola, animazione durante i periodi di vacanza scolastica, sostegno alla genitorialità. 

Sentiamo dalla viva voce di alcune intervistate i nodi irrisolti del binomio maternità-lavoro:

  • Vorrei… una società che non mi faccia sentire in colpa perché ho fatto tre figli e faccio il medico!
  • Ritengo importante un sostegno economico per i primi 2 anni per baby sitter, almeno per le famiglie con 2 figli e non solo per classi disagiate ma soprattutto per chi svolge il lavoro autonomamente non avendo possibilità di assentarsi per malattia figli.
  • Ho mantenuto lo stesso lavoro ma con estrema difficoltà a conciliarlo con le esigenze dei bambini con conseguente riduzione del lavoro che è possibile svolgere e quindi delle entrate. Posso svolgere il 30% massimo del lavoro che può svolgere un uomo con la mia stessa professione e con notevole stress.
  • Credo sia importante sensibilizzare soprattutto i datori di lavoro e le aziende perché quando cerchi lavoro e ti chiedono se hai figli già li vedi storcere il naso come se avere i figli fosse una discriminante negativa che potrebbe recare disagi a loro.
  • La bambina era ancora piccola, così al lavoro continuavo a tirarmi il latte, ma non è stato facile, visto che dovevo praticamente nascondermi dagli occhi indiscreti di colleghi.
  • Il telelavoro in alcuni casi è un’arma a doppio taglio perché favorisce l’esclusione. Per conciliare la vita lavorativa serve comunque poter dedicare al lavoro un certo numero di ore, molte delle quali in compresenza con i colleghi.
  • Servirebbe un cambio di mentalità: una donna che si occupa dei figli non è una donna “che non fa niente”
  • Dopo la nascita del mio ultimo figlio al lavoro non mi facevano più fare nulla, così ho dovuto cambiare lavoro. Ho la fortuna di avere trovato un lavoro sicuro (non rischio il licenziamento) e flessibile (con part-time) ma sono considerata lavoratore di “serie b”. E’ una realtà che si deve affrontare.
  • Pur avendo cercato un lavoro non l’ho trovato e per questo ho deciso di reinventarmi “unendo l’utile al dilettevole”. A settembre aprirò un nido famiglia come tagesmutter per permettermi di lavorare, inserire mio figlio in un contesto scolastico (nel quale non rientrerebbe), e venire incontro ad altre mamme che non rientrano nelle liste comunali e che come me non si possono permettere un nido privato. Chi fa da sé fa per tre! Questo è un progetto che andrebbe sviluppato in Italia ma ancora manca.

La vostra esperienza com’è stata? Dopo la maternità avete “dovuto” o “voluto” cambiare forma o tipologia di lavoro? Lasciate un commento, se volete!

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