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Oggetti transizionali e compagni immaginari per il bambino: come comportarsi

Avete mai preso la manina di un neonato? Lui, così piccolo e tenero stringerà con tutta la sua forza il vostro dito e con difficoltà ve lo mollerà. Questo suo riflesso incondizionato rende chiara la sua innocenza che va rassicurata con dolcezza. Uscito dal caldo ventre materno, il bebè ha bisogno sin da subito di certezze e se la madre logicamente non può offrire il suo corpo per tutto il giorno, ecco che per porre rimedio dà al proprio figliolo un valido inanimato sostituto. Questo può essere un sonaglio o ancora un pupazzetto da tenere stretto per ricevere il meritato conforto e tranquillizzare il bimbo.

Inizialmente l’oggetto è offerto per dar consolazione fino a quando non diviene un vero feticcio per il bambino. L’infante si attacca in modo morboso al compagno-giocattolo , un orsetto di peluche diventa inseparabile e così da quando all’inizio il pupazzo peloso serviva solo per dormire, pian piano diventa l’amico ideale per andare a zonzo, una sorta di fratello che però tace ad ogni ordine del bambino. Tipici nei primi due anni di vita sono anche cuscini o la così detta copertina di Linus, affezionarsi a questi oggetti, definiti di transizione, serve a superare paure e colmare vuoti.

Per oggetto transizionale del bambino, termine coniato dallo psicanalista Donald Winnicott, si intende: un oggetto a cavallo tra la realtà soggettiva dell’infante e la sua percezione oggettiva del mondo esterno. Bambole, peluche, soldatini servono al piccolo per affrontare anche la routine, perché un pupazzetto assiste durante il pasto o anche mentre si è in bagno e quindi non solo nei momenti difficili. Sarà soltanto il bimbo a decidere quando disfarsi del caro compagno e ciò sancirà la sua crescita, addirittura dimenticherà le avventure vissute con il feticcio.

Il genitore deve assecondare il bambino in questo suo attaccamento al giocattolino in questione, in quanto forzare il distacco da una bambola per una bambina non è facile. A volte una madre per aiutarsi nell’ardua impresa, può raccontare bugie bianche del tipo: “La Barbie è malata, per essere curata va portata all’ospedale delle bambole”, favorendone così il rilascio. Ma non è sempre così semplice perché i bambini vivono di abitudini e fissazioni immaginarie. Una fra queste è il famoso amico-immaginario.

Difficile ancor di più è per un genitore comprendere l’ amico immaginario. Si tratta di un ALTRO che il bambino costruisce quotidianamente con la sua fantasia e che sin dalla sua prima apparizione è dotato di una sua personalità autonoma. L’infante che crea il “Doppio di sè” è consapevole che l’interazione esclusiva, che hanno solo loro due, è fittizia. Il bimbo fa posto su di una panca, porge le cose al suo finto amichetto lo tratta come se ci fosse realmente.

L’amico immaginario è un gioco normale, solo se permane dopo le scuole elementari potrebbe essere sintomatico e quindi bisogna chiedere aiuto. In genere il “doppio di sè” è ciò che il bambino vorrebbe essere, un connubio di caratteristiche positive che il piccolo attribuisce a questo finto compagno prendendo il meglio da parenti, amici e a volte anche da se stesso. Questo amico invisibile agli adulti dà compagnia, sicurezza e protezione divenendo una sorta di evoluzione del peluche che veniva invece precedentemente stretto al petto. Si passa così da una concretizzazione tattile ad una fantasia personale che in genere subentra per timidezza, per gioco, per noia, per eccesso di fantasia o anche per problemi a scuola o a casa.

Sia per l’oggetto transizionale che per l’amico immaginario è importante che il genitore svolga il lavoro di osservatore presente, non opponendosi alla fantasia del figlio. Spaventarsi per un gioco, anche se ben recitato dai bambini, può essere inutile perché quando il proprio pargolo crescerà ciò verrà ricordato con nostalgia, quindi magari è bene riporre in un baule della soffitta di casa copertine e peluche da poter mostrare in futuro quando il proprio figlio sarà grande.

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