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Cambiamo casa, città e vita con nostro figlio: come riuscirci

I cambiamenti, specie se radicali, non sono mai semplici da affrontare, sia per gli adulti, ma soprattutto per i bambini. C’è da dire che, per mia esperienza personale, una volta fatto un grande passo, loro, seppur tanto piccoli si adattano molto meglio di noi. Questo lo posso affermare con certezza perché ci sono passata quando abbiamo dovuto trasferirci tutti insieme per via del lavoro di mio marito. Su questo argomento si possono aprire diverse parentesi, uno tra tutti il dibattito se sia meglio tenere unita la famiglia e spostarsi altrove o lasciare che il genitore che lavora lontano se la sbrighi da solo e vada e venga quando è possibile.

Molto sono le dinamiche che influenzano questa scelta ed ogni famiglia ha le sue motivazioni ma il mio orientamento, si sarà capito, è quello che vede la famiglia unita, in tutto e per tutto. Ma non è questo il momento di affrontare questo argomento che è di per se degno di attenzione e nota, soprattutto per il fatto che oggi è sempre più consuetudine andare a cercare lavoro, anche lontano dalle proprie radici, proprio perché la scelta non è che sia così ampia.

Ma torniamo a noi. A quando io, mio marito e il nostro, all’epoca, unico figlio, ci trasferimmo in una grande città proprio per impegni lavorativi. Ci trovammo catapultati in una realtà totalmente diversa, in una casa nuova da rendere familiare prima possibile e fare i conti con la solitudine! Non voglio esagerare dicendo solitudine, perché nel nostro caso, quando si fa parte di famiglie numerose e unite la routine quotidiana prevede lo stare insieme e il trovare momenti di aggregazione.

E con chi ti aggreghi a 900 km da casa tua? Magari in pieno inverno con un metro di neve fuori dalla porta, quando la neve dalle tue parti la conoscevi solo per sentito dire, o per foto da qualche libro o per una toccata e fuga in un week-end montano? A tutto questo ti devi abituare e si fatica a volte. Mio figlio invece, tranne lo spaesamento iniziale, per lui era tutto normale. Forse perché a tre anni quelli che contano d più sono mamma e papà. Fatto sta che era sereno, oltre le mie aspettative e questa cosa di per se mi rendeva felice.

Mi resi conto che il problema più grande era dei nonni che quasi si commuovevano al telefono per un semplice “ciao” del loro principino. Degli zii che non perdevano occasione per organizzare una spedizione, magari facendosi cinque ore di treno solo per un abbraccio. Bhe! questo credo sia dovuto anche alla serenità con cui cresce un bambino. Alla positività che ha dentro e al fatto di non avere conflitti rilevanti che lo destabilizzano.

Anche noi però, conoscendolo, abbiamo fatto di tutto per fargli pesare il meno possibile il distacco e il cambiamento, adottando alcune tecniche pensate e sperimentate al momento e che vi dirò, hanno funzionato alla grande. Per prima cosa l’abbiamo reso partecipe di ogni avvenimento, persino la ritinteggiatura delle pareti. Anche lui aveva il suo pennello e la sua mascherina protettiva.

L’abbiamo coinvolto in ogni decisione a cui lui rispondeva entusiasta sebbene avesse solo tre anni. L’abbiamo coccolato, ci siamo dedicati a lui, senza lasciarci troppo assorbire dagli impegni che un trasloco, e un ambientarsi ad un altro posto comportavano. La chiave di tutto è stata, a mio avviso, la positività. Nell’essere per loro un punto saldo di rifermento, al di là dei problemi e dei cambiamenti che, prima o poi, nella vita coinvolgono tutti.

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