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Il Parto Operativo con forcipe o ventosa: quando e perché

Il parto Operativo è una eventualità che molte donne temono. In realtà non ci sono dati clinici che dimostrino una maggiore incidenza di complicanze fetali rispetto al taglio cesareo. Questo sopratutto perché mancano le statistiche, essendo una tecnica ancora poco utilizzata in Italia a causa della inesperienza del personale. La sua incidenza infatti è di circa il 5% dei casi contro il 26% dei casi in Inghilterra. Cercheremo di riassumere brevemente di cosa si tratta e quando viene utilizzata.

Si parla di Parto Operativo quando l’estrazione del feto avviene per via vaginale attraverso l’ausilio di strumenti quali il forcipe o la ventosa ostetrica. Questo tipo di assistenza è l’unica possibilità quando la testa fetale è già impegnata nello scavo pelvico e diventerebbe difficoltoso praticare un estrazione dall’alto con il taglio cesareo.

Le indicazioni al Parto Operativo sono legate alla necessità di accelerare l’ espletamento del parto. Tale necessità può essere dovuta a diverse situazioni:

1) Un eccessivo aumento dei tempi della fase espulsiva.

2) Segni di sofferenza fetale, rilevati alla cardiotocografia o al prelievo dallo scalpo fetale.

3) Altre complicanze materno-fetali, come la perdita di coscienza o il distacco di placenta.

Laddove si presenti una di queste complicanze, con una dilatazione completa e una testa fetale impegnata nella bassa pelvi, in una gravidanza oltre le 36 settimane (senza alcun ritardo di crescita intrauterino) è indicato il Parto Operativo come raccomanda L’American Congress of Obstrerticians e Gynecologists.

I tempi di attesa della fase esplusiva sono fissati ad un massimo di 3 ore nelle donne che non hanno mai partorito e un massimo di due ore nelle donne che hanno già partorito. Una ulteriore attesa infatti non è indicata perché esporrebbe madre e bambino al rischio di una maggiore incidenza di complicanze.

La fase esplusiva può prolungarsi per diverse cause. Prima fra tutte l’utilizzo dell’epidurale.Una maggiore incidenza di parto operativo è uno degli effetti collaterali legati alla procedura di anestesia epidurale, riportati nella tabella dal Ministero della Salute (“effetti collaterali dell’epidurale sullo svolgimento del travaglio e del parto”).

Questo ha indotto diversi studi sulle funzioni del dolore del parto, e su come lo stimolo doloroso fosse necessario perché la donna desse le giuste spinte nei giusti tempi, e ha posto non pochi dubbi sul rapporto rischio-beneficio legato all’utilizzo dell’epidurale. Anche l’induzione di parto è spesso associata a maggiore incidenza di Parto Operativo, così come l’incapacità materna a spingere a causa di lesioni muscolari.

In ogni caso come tutte le procedure mediche anche il Parto Operativo può avere delle complicanze materne e fetali. Quelle materne sono legate sopratutto ad un maggiore traumatismo del piano perineale, con maggiori rischi di incontinenza a distanza. Quelle fetali riguardano sopratutto l’emorragia Sub/aponeurotica, ossia una raccolta di sangue nello periostio cranico. Questa complicanza è associata però ad una cattiva applicazione di ventosa od a ripetuti tentativi durante estrazione difficoltosa, quindi dipende molto dall’inesperienza dell’operatore.

Affinché il rischio fetale sia ridotto al minimo infatti l’operatore deve avere grande familiarità con questi strumenti ed essere in grado di:

  • scegliere la procedura più adatta in base ad un calcolo preciso delle probabilità di successo
  • fermarsi qualora si presentino difficoltà nella procedura, senza insistere nelle manovre
  • prevedere il fallimento, predisponendo già l’equipe ad un eventuale taglio cesareo d’urgenza

Queste premesse consentono di svolgere l’assistenza del Parto Operativo nella massima sicurezza e senza rischi aggiuntivi per la salute del neonato.

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