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Mamme in panchina: quando il parco diventa metafora della vita

Avete presente le quattro protagoniste newyorchesi alla moda di “Sex and the City” o le madri-mogli di “Desperate Housewives” che cercano invano di sembrare a noi telespettatrici un po’ più trasandate per assomigliare alle donne normali? Bene, dimenticatele! O meglio consideratele delle utopie, degli stereotipi americani di perfezione, che vogliono imporre il loro essere donna. Con questo termine, si intendeva, fino a qualche anno fa in modo maggiore, completarsi dopo il matrimonio con qualche bella gravidanza, e quindi, con una bella famiglia stile casetta del Mulino Bianco.

Oggi si predilige, per cause maggiori, la carriera alla famiglia e sinceramente non è da farsene una colpa anzi, andrebbe santificata la cosiddetta “donna nuova” che coraggiosamente decide di fare la mamma in quest’epoca. Fare la madre oggi vuol dire firmare un contratto a tempo indeterminato senza ferie e malattie, ma soprattutto senza possibilità di licenziamento. Non esiste più il focolaio domestico con i nonni che fanno da baby sitter o gli zii che abitano accanto pronti a consolare e a “rattoppare” laddove ce ne sia il bisogno.

Oggi la nuova genitrice è una madre 24 ore su 24 che si ritrova a guardare le serie tv del formato “girl power” con invidia perché sa che la sua giornata da mamma corrisponde ad un’altra verità, ad una vera lotta: portare le proprie piccole creature pestifere al parco giochi sin dalla mattina, se non sono state prese ad un nido comunale, visto che in Italia c’è anche questa possibilità. Diventa un rituale in cui madre e figlio sembrano essere complici, ma se il parco in questione non è quello di Manhattan , ma quello di una borgata della periferia romana, dove cartacce ed escrementi di cane regnano fra le altalene, accompagnare i figli ai giardini diviene, pertanto, “portargli a fargli fare i cosiddetti anticorpi” e quindi pur sempre un gesto d’amore materno.

Le protagoniste non sono le classiche quattro amiche americane, ma madri che in comune condividono solo una panchina. Su quella panchina del parco di borgata, dimenticato dal comune capitolino, si alternano mamme di tutti i generi:

  • C’ è la madre straniera ipocondriaca che oltre a soffrire la lontananza da casa, dopo il parto, si ritrova ad essere piena di patologie che in realtà sono state partorite insieme al figlio. Ogni salto del bambino di nemmeno tre anni procura uno spavento quasi letale alla suddetta -donna madre- la quale non fa altro che lamentare mal di stomaco e mal di testa dovuti in realtà a fattori psicologici.
  • C’è la madre social quella che all’epoca di Facebook e Twitter non fa altro che scrivere sul suo smartphone. Seduta sulla panchina, questo tipo di – donna madre- non distoglie mai lo sguardo dal suo pollice super veloce e sempre con il viso basso , sporadicamente urla il nome del figlio quasi come se volesse richiamarlo all’ordine. In realtà il bimbo non ha fatto nient’altro che cercare l’attenzione di una mamma che è presente solo su di una panchina di legno lesionata.
  • C’è la madre mamma, seduta con i suoi cinque figli che cerca di capire cosa vuol dire fare qualcosa di diverso dal mestiere di madre, ma è difficile perché con la sua semplicità e bonarietà capire ciò che succede al di fuori del mondo dei bambini è impossibile, non c’è proprio tempo e così al parco ci si ritrova su di una panchina cercando invano di confrontarsi su svezzamento e pannolini con le altre madri.
  • C’è la madre esaurita, reduce da notti insonni dovute alla consapevolezza di aver generato un figlio tremendo, pronto ad arrampicarsi su ogni giostra, a spingere, e a tirare sassi. Una madre che pur riconoscendo l’amore per il piccolo, in realtà sin troppo intelligente rispetto ai suoi coetanei , sa che sarà una lotta portarlo a casa e lavarlo dopo il parco, ma soprattutto farlo mangiare nonostante la peste in questione abbia sprecato tante energie..
  • Insomma l’essere madre è uno dei mestieri più gratificanti del mondo, ma anche il più stancante, così la panchina di un parco si trasforma nella metafora dell’essere genitore! Mamme che prima, in un’altra vita, sono state donne senza figli e ora invece sono messe alla prova da dei piccoli bimbi che impongono sin da subito il proprio -Io- anche nella coppia genitoriale, la quale solo se forte riesce a durare.

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