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L’induzione: quando il parto diventa un’urgenza

L’induzione del parto è una procedura ostetrica che ha l’obiettivo di innescare il travaglio o accelerare l’espletamento del parto. A seconda dei casi l’induzione si pratica attraverso la somministrazione di farmaci o nella messa in atto di azioni meccaniche in grado di accelerare le fasi del parto.

Questa pratica è sempre più utilizzata nei paesi maggiormente sviluppati dove aumentano e migliorano le diagnosi prenatali. Le indicazioni all’induzione del parto infatti sono spesso legate ai rischi per la salute fetale e in condizioni cliniche più complicate, anche a quelli della salute materna.

In linea generale l’induzione è indicata qualora sia controindicata una ulteriore attesa all’espletamento del parto. In particolare laddove venga diagnosticata una sofferenza fetale, una rottura intempestiva della borsa amniocoriale (con conseguente perdita di liquido amniotico e rischio di infezioni ascendenti), oppure quando la gravidanza si protrae oltre il termine, dando segni ecografici di invecchiamento placentare e oligoidramnios.

Se i rischi materno fetali legati alla gravidanza si presentano prima delle 34 settimane di gestazione si cercherà di attuare una strategia di attesa che prolunghi il più possibile i tempi per garantire una maturazione polmonare del feto, che avviene intorno alle 36 settimane. Qualora non sia possibile e sia indicato un veloce e precoce espletamento del parto, si procederà alla somministrazione di Cortisonici per accelerare la maturazione polmonare del nascituro e si praticherà l’induzione, fornendo poi le cure intensive previste per i neonati prematuri.

La tecnica di induzione da utilizzare dipende da tanti fattori, in primis dallo stadio del travaglio, valutato attraverso il calcolo dell’indice di Bishop. Se è già presente una attività contrattile e una buona dilatazione (Bishop maggiore o uguale a 7) si procederà alla somministrazione di ossitocina oppure all’amniotomia.

L’ossitocina è un farmaco uterotonico, cioè in grado di aumentare l’intensità e la frequenza delle contrazioni. Viene somministrato per via endovenosa diluito in soluzione fisiologica. L’induzione con ossitocina avviene sotto sorveglianza cardiotocografica per monitorare e tenere sotto controllo l’attività uterina.

L’induzione con amniotomia invece consiste nella rottura manuale della borsa amniocoriale. Questa procedura è indicata se la testa del bambino è già impegnata (cioè fissa nello scavo pelvico).In tal caso la fuoriuscita di liquido amniotico potrebbe agevolarne la fuoriuscita. E’invece controindicata in alcune situazioni come il polidramnios (eccesso di liquido amniotico) e di infezione materna da streptococco B.

Ma come abbiamo accennato, nelle situazioni clinicamente più difficili può accadere che si presenti la necessità di espletare velocemente il parto anche se la gravidanza non è ancora terminata o quando è terminata ma le contrazioni materne non sono ancora iniziate. In quel caso l’induzione avviene attraverso la somministrazione di Cytotec o di Prostaglandine, sottoforma di gel o candelette per via vaginale.

Anche in questo caso le somministrazioni avvengono sotto stretta sorveglianza materno fetale per controllare gli effetti secondari ed evitare l’ iperstimolazione uterina.

Nei racconti delle donne che hanno subito l’induzione del parto si avverte sempre un vissuto emotivo molto forte. E’ fuor di dubbio che i farmaci utilizzati per l’induzione possano avere degli spiacevoli effetti secondari come vomito, diarrea, cefalea e iperpiressia. Tutte condizioni non certo favorevoli per intraprendere un travaglio di parto che è già di per se’ faticoso.

Ma è un mito da sfatare quello che i farmaci utilizzati per l’induzione provochino dolori più intensi. In realtà l’intensità delle contrazioni è costantemente monitorata dal personale sanitario attraverso la tocografia. Il dosaggio dei farmaci è regolato in modo tale da portare quella intesità agli stessi livelli raggiunti durante il travaglio spontaneo, necessari all’espletamento del parto.

Può darsi che inizialmente una regolazione esterna dei meccanismi contrattili possa essere maggiormente stressante per l’ organismo che non si è ancora preparato a questo. Ma una volta dato l’incipit ormonale, tutto quello che accade al corpo non è altro che la riposta fisiologica del corpo stesso.

E’molto più probabile che quello che influenzi negativamente la percezione dolorosa sia sopratutto l’impatto psicologico di queste donne che vivono il loro parto come un’urgenza. In quel momento il loro corpo viene indotto a fare qualcosa che non vuole fare, anche se è necessario per la sua salute e quella del suo bambino. E subire il parto come una forzatura deve essere sicuramente un’ esperienza molto dolorosa.

Questo analisi non può prescindere dagli aspetti simbolici legati al parto, che può essere vissuto come distacco traumatico, come la morte di una vecchia vita e la nascita di una nuova vita e da tutto quello che ciascuno di noi associa più o meno consciamente all’immagine del parto.

In più si aggiunge la paura, non solo legata al parto di per se’ ma anche all’atmosfera che si crea a seconda dei casi. Talvolta è la sensazione di pericolo imminente, altre volte il presentimento che qualcosa non stia andando come dovrebbe, oppure l’angoscia di mettere al mondo un bambino prematuro, il senso di colpa verso qualcosa che non siamo riuscite a cominciare spontaneamente.

Esistono corsi di preparazione di tipo psicologico in gravidanza, chiamati “training razionale emotivo” (R.A.T.) guidati da psicologi e professionisti della nascita che sono di grande aiuto nella preparazione mentale al parto. Conoscere le proprie associazioni, elaborarle ad un livello conscio può essere uno strumento molto valido nella gestione della paura, che è il fattore che più di tutti incide sul dolore del parto.

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