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Citomegalovirus: scoperta la proteina in grado di sconfiggerlo

Il citomegalovirus è un virus appartenente alla famiglia degli herpesvirus, e come tale è in grado di insediarsi nel DNA cellulare e rimanere latente nel nostro organismo per tutta la vita. Si trasmette dall’ uomo all’ uomo, attraverso il contatto diretto tra  fluidi corporei: sangue, saliva, liquido seminale, feci, urina. Nel adulto e nel bambino sano non provoca danni ed è spesso asintomatico o accompagnato da una leggere febbre e/o linfoadenopatia.

Se contratto in gravidanza invece il citomegalovirus può essere trasmesso per via transplacentare al feto, provocando una infezione congenita che può manifestarsi con danni di varia entità. L’esame in grado di rivelarci se il citomegalovirus è presente o meno, è il complesso TORCH, che si può richiedere prima del concepimento e che viene comunque effettuato di routine a partire dal I trimestre di gravidanza.

Se il test risulta negativo significa che il citomegalovirusvirus è assente, per cui bisognerà prestare attenzione alle norme igieniche di prevenzione: lavare sempre le mani dopo essere andati in bagno, prima di mangiare o cucinare, non bere nei bicchieri altrui, non baciare sulla bocca né avere rapporti non protetti con persone potenzialmente infette.

Se invece al test si riscontra una presenza del citomegolovirus in forma latente, ossia sono presenti gli anticorpi IgG e assenti le IgM, ciò significa che il virus è stato contratto prima della gravidanza ed ora è silente. Il rischio che si corre è quello di una sua possibile riattivazione. Si tratterebbe però in tal caso di una infezione secondaria, nella quale il rischio di trasmissione materno-fetale sarebbe comunque molto basso (che varia dallo 0,5 al 2%).

Qualora invece l’esame in gravidanza rivelasse una presenza attiva del citomegalovirus (presenza di anticorpi IgM) si tratterebbe allora di una infezione primaria. In questa ipotesi il rischio di trasmissione transplacentare sale al 30-40%. Un feto affetto da infezione congenita da citomegalovirus, nell’85-90% dei casi alla nascita non presenta manifestazioni cliniche.

Il 15% di questi può riportare delle sequele tardive sopratutto all’apparato uditivo, con danni di varia entità, a decorso solitamente progressivo. Il restante 10-15% invece riporta manifestazioni cliniche severe già dalla nascita. Ad oggi non esiste ancora sul mercato una cura in grado di controllare questa infezione. Ma una speranza arriva dai ricercatori del Johns Hopkins Children’s Center. I risultati del loro studio, pubblicati sulla rivista PLoS ONE, dimostrano l’efficacia di una proteina, la NOD2, nella risposta immunitaria del corpo nei confronti del citomegalovirus.

Riuscire a modificare la risposta immunitaria grazie a questa proteina renderebbe possibile lo sviluppo di un vaccino, come spiega il dott. Ravit Boger, principale autore dello studio :“I nostri risultati gettano una nuova luce sull’interazione tra CMV e sistema immunitario, che ci auguriamo possa aprire un campo di opportunità per il trattamento e la prevenzione“.

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